10 Sep 2009
Resoconto 70.3 Monaco
Gara molto sfortunata, tutto è andato storto.
Noi Pro allineati in prima fila a capeggiare un’orda di 1200 atleti, partenza unica. A un solo minuto dalla partenza annunciato dallo speaker, mi si avvicina un uomo dell’organizzazione e mi riferisce che la mia ruota posteriore era bucata in zona cambio, rimango sbigottito. Istantaneamente a quelle parole la spiaggia ghiaiosa diventa sabbie mobili. Mi crolla il mondo addosso perché non c’era più tempo per fare nulla. La determinazione, la certezza di fare bene, il viaggio affrontato mi passano davanti agli occhi e affondano sotto i piedi e penso: ” che parto a fare se poi non posso neanche andare in bici?” . Esco dal raggruppamento, cammino sconsolato e confuso a testa bassa, poi di corsa mi reco da Petra (una responsabile del gruppo Triangle organizzatrice dell’evento) la informo del fatto e la prego di tentare di farmi sostituire la ruota da qualcuno mentre ero in acqua per la frazione natatoria. Lei si attiva subito con il telefonino. Faccio per rimettermi in prima fila e il giudice mi respinge dicendomi che dovevo stare indietro a tutti e partire in coda, gli dico ”ma stai scherzando? Sono un Pro e ho il diritto di partire con gli altri Pro” e lui: ”Non m’interessa devi partire dietro” dopo un feroce battibecco decido volente o nolente di partire davanti qualsiasi cosa continuasse a dirmi, poi non lo bado più e faccio finta di non sentirlo , lui si calma e 5 secondi dopo dà il via. Parto bene prendo subito un buon ritmo tengo i primi a tiro, si forma una frattura tra il primo gruppetto e il mio. Dietro sono sempre io che faccio l’andatura e proprio per questo motivo riparo gli altri dagli imminenti pericoli, schivo una medusa, vedo anche la seconda, viola con i tentacoli lunghissimi, questa non riesco a schivarla e la prendo in pieno sul collo… una scossa incredibile che mi parte dalla nuca fino ai piedi, mi fermo sotto choc, faccio fatica a respirare tanto è stato tremendo il contatto. Dopo circa una decina di secondi riparto stordito con un bruciore incredibile, riprendo a nuotare e riesco ad accodarmi al gruppetto che stavo tirando. Arrivo in T1, mi cambio sempre con l’incubo di non partire in bici se l’organizzazione non fosse riuscita a cambiarmi la ruota…arrivo lì sgranando gli occhi già a 50 m di distanza guardando speranzoso la mia bici, mi fermo e un volontario mi fa: ”Cambiata, cambiata!”. Mi si apre il cuore e parto. Affronto bene la prima salita nonostante i dolori lancinanti che dal collo mi si estendono al cranio e al braccio. In cima ho solamente 1’30” dalla seconda posizione, Zebroek invece è un po’ più avanti. Affronto deciso anche la discesa riprendo e semino il gruppetto dove c’era il britannico Amey partito con il numero 1. In un tratto interlocutorio prima di affrontare la seconda salita il mio gruppetto si infoltisce. Dopo circa tre km salendo a circa 18 kmh mi avvicino ad un atleta e quando gli sono a circa 6 metri mi scanso e lo supero. Qui la tragedia. Da tergo sento un sibilo maligno di un fischietto… una giudice mi affianca e mi sbatte in faccia il cartellino nero… la guardo sbigottito, incredulo e penso: ”Cosa? A me? “ gli dico: “Ma stai scherzando? Per quale motivo?”. Questo killer zebrato si gira, ripone il cartellino fumante nel fodero e fiera dell’omicidio sportivo appena fatto se ne và a cavallo della moto. “Nooo… ci mancava anche questa, e adesso? 4’ fermo… la gara ormai è definitivamente finita”. Se c’è una cosa che odio è proprio la scia, non esiste nel mio vocabolario dell’onesto triatleta, che lotto sempre con quelli che cercano di sfruttarmela di continuo. L’ironia di questa storia è che avevo proprio un altro triatleta a non più di due metri di distanza dalla mia ruota posteriore ma a lui non è stata inflitta nessuna sanzione. Con quel gesto scellerato tutte le ambizioni vanno in fumo. Questo fatto mi svuota le gambe e rallento, dopo circa un altro km di salita trovo la penalty tent, decido di scontare subito questa fantascientifica penalità. Dopo poco arriva anche Amey anche lui punito. 4’ sono veramente lunghi e con lui scambio quattro chiacchiere. Ne approfitto poi per capire l’entità del danno causato dalla medusa. Mi tocco il collo, è mostruosamente gonfio tanto da fare tutt’uno con la faccia, respiro anche a fatica. Riparto, anche se tutto è andato in fumo, tengo un buon ritmo fino alla zona cambio, faccio la transizione con calma e parto a piedi. All’inizio imposto un ritmo tranquillo, ormai ero veramente indietro sia nel tempo sia come posizione, volevo solo finire la gara perché era giusto finirla e fare un buon allenamento ma dopo circa un paio di km decido di impegnarmi a fondo.
Recupero posizioni senza sapere minimamente in quale io mi trovassi nel turbinio dei doppiaggi nei 4 giri e mezzo. Il passo è ottimo e costante. E’ la prima volta dell’anno che riesco a correre bene come ero abituato a fare prima dell’infortunio. Riprendo poi a 500 m dalla fine il belga in 8va posizione, si accorge del mio arrivo e affrontiamo l’ultima scalata al casinò spalla a spalla zigzagando fra i doppiati per poi scatenarci in uno sprint dove però ne ho la peggio.
Finita, la gara sono andato direttamente nella tenda medica post gara per le medicazioni . Appena mi vedono rimangono impressionati dalle dimensioni del collo e dalle cicatrici causate dal contatto con la medusa.
Mi domandano come avessi fatto a fare una gara del genere in quelle condizioni. Poi mi riferiscono che quel genere di medusa (violacea) è estremamente pericolosa e tossica per l’uomo, anche letale.
Sono rimasto deluso del risultato ma solo perché non ho potuto dare il meglio, ero andato lì per vincere, è la gara cui tengo di più di tutta la stagione assieme a Phuket. Mi sono sentito come un leone incatenato.
Peccato davvero , archiviamo e pensiamo alla prossima